In breve. Un’accusa di riciclaggio nasce quasi sempre dalla “scia dei soldi” di un’altra indagine, e quando dietro c’è il narcotraffico le indagini sono aggressive e i sequestri immediati. Ma il sospetto non condanna nessuno: l’accusa deve provare che quel denaro viene davvero da un delitto e che tu lo sapevi. È lì che si gioca tutto, ed è lì che lavoro.

Chi mi cerca per una storia di riciclaggio raramente sapeva, fino a qualche settimana prima, di essere finito in un’indagine. Di solito è arrivato un decreto di sequestro, o una perquisizione all’alba, o la convocazione di un familiare. E quasi sempre la frase è la stessa: “Avvocato, io non c’entro niente con la droga”.

Ti rispondo subito che ci credo, e che spesso è proprio vero. Perché il riciclaggio non è il reato di chi spaccia: è il reato di chi, secondo l’accusa, ha aiutato a “lavare” i soldi. E nella stragrande maggioranza dei casi che mi capitano, l’accusa parte da un’indagine sugli stupefacenti e poi risale, conto dopo conto, fino a chi quei soldi li ha movimentati. Magari un commercialista. Magari un imprenditore che ha incassato pagamenti strani. Magari un parente che ha intestato un’auto o una casa.

La prima domanda che pongo, allora, non è “cosa hai fatto”, ma “come sono entrati questi soldi nella tua vita, e cosa puoi dimostrare”. Da lì comincia la difesa.

Cosa contesta davvero l’accusa

Riciclare significa prendere denaro che viene da un reato e reinserirlo nell’economia legale facendo perdere le tracce della sua origine sporca. Lo si fa in molti modi: passaggi su più conti, acquisto di beni, società di comodo, operazioni all’estero, ultimamente cripto-attività. L’obiettivo è uno solo, far sembrare puliti soldi che non lo sono.

Il codice penale punisce questa condotta con l’art. 648-bis, che colpisce chi sostituisce o trasferisce denaro proveniente da un delitto, o compie altre operazioni in modo da ostacolarne l’identificazione. È il caso classico: tu non hai commesso il reato che ha generato i soldi, ma li hai “ripuliti” per conto di qualcun altro. La cornice di pena è severa, la reclusione arriva fino a dodici anni, e cresce ancora quando il fatto è commesso nell’esercizio di un’attività professionale, cioè quando a muovere i soldi è chi per mestiere conosce i meccanismi bancari e societari.

C’è poi un’ipotesi diversa, che molti confondono e che invece cambia tutto: l’autoriciclaggio dell’art. 648-ter.1. Qui chi ripulisce i proventi è la stessa persona che ha commesso il reato a monte, impiegandoli in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza. La pena, in questo caso, è la reclusione da due a otto anni con una multa, e si riduce quando il reato presupposto è meno grave. Attenzione a un dettaglio che spesso fa la differenza: non è punibile la semplice utilizzazione o il godimento personale dei proventi. Comprare con quei soldi un’auto da usare, viverci, spenderli per sé non è automaticamente autoriciclaggio: serve un reimpiego che li reimmetta nel circuito economico mascherandone l’origine.

Capire se l’accusa parla di riciclaggio o di autoriciclaggio è il primo bivio della difesa, perché cambiano la pena, la prova richiesta e perfino la strategia.

Perché con il narcotraffico tutto si fa più duro

Quando i soldi vengono dal traffico di droga, l’indagine cambia natura. Il narcotraffico produce montagne di contante che devono per forza rientrare nel sistema, e proprio per questo chi indaga sulla droga segue sempre, in parallelo, la pista del denaro. Gli artt. 73 e 74 del d.P.R. 309/1990, sul traffico e sull’associazione finalizzata allo spaccio, prevedono pene altissime, e attorno a quelle indagini si muovono strumenti pesanti: intercettazioni, analisi bancarie a tappeto, rogatorie e cooperazione tra autorità di Paesi diversi.

Il risultato è che ti ritrovi un fascicolo che incrocia stupefacenti, riciclaggio e profili internazionali, con conti e società sparsi su più Stati. E con i sequestri. Anzi, ti dico una cosa che ai miei assistiti suona dura ma è la verità: in questi procedimenti la battaglia sui beni è spesso più importante di quella sull’accusa. Le indagini patrimoniali sono il vero cuore del fascicolo, perché è ricostruendo i flussi che l’accusa cerca di legare i tuoi soldi alla droga. Ed è esattamente su quella ricostruzione che si può intervenire.

I due punti deboli dell’accusa

Un’accusa di riciclaggio non si regge sul fatto che “quei soldi sono troppi” o “non si capisce da dove arrivano”. Per condannare servono due cose, e sono le stesse due cose che, nella mia esperienza, fanno cadere molte contestazioni.

La prima è l’origine illecita del denaro. L’accusa deve dimostrare che proviene da un delitto, e per l’autoriciclaggio da un delitto non colposo. Non basta affermarlo: va provato. Se quel collegamento con il reato a monte resta un’ipotesi, il riciclaggio non sta in piedi.

La seconda è la consapevolezza. Chi ha movimentato i soldi sapeva, o secondo le diverse posizioni doveva rendersi conto, della loro provenienza criminale, e ha agito per ostacolarne l’identificazione. Dimostrare questo stato soggettivo, con certezza, è tutt’altro che semplice. Ed è qui che una difesa attenta ricostruisce la buona fede, l’estraneità al giro, la plausibilità di quell’operazione vista con gli occhi di chi l’ha fatta.

Come imposto la difesa

Su queste basi, il lavoro si muove su più fronti contemporaneamente. Contesto l’origine illecita quando il collegamento con il reato a monte è debole o presunto. Lavoro sulla consapevolezza, documentando che non c’era né la conoscenza né l’intenzione di occultare nulla. Ricostruisco la liceità dei flussi, carte alla mano, perché spesso la difesa migliore è una contabilità ordinata che racconta una storia diversa da quella dell’accusa.

Poi verifico le prove, una per una: la regolarità delle intercettazioni, la solidità delle analisi bancarie, la legittimità della documentazione acquisita all’estero, che non sempre entra nel processo italiano nel modo corretto. E difendo il patrimonio, perché su questo si vince o si perde davvero: con la richiesta di riesame e le istanze di dissequestro distinguo i beni che hanno un legame col reato da quelli che hanno un’origine lecita e che l’accusa, in un sequestro fatto in fretta, ha messo tutti nello stesso mucchio.

Mi è capitato di seguire procedimenti in cui l’intera accusa di riciclaggio poggiava su un presupposto mai provato fino in fondo, l’origine “da droga” di somme che il mio assistito aveva guadagnato altrove. Smontato quel presupposto, e ricostruita la provenienza reale dei fondi, è caduto tutto il resto, sequestri compresi. Non è un trucco: è il metodo. Si parte dai due anelli deboli della catena e si tira.

Per questo questi casi non si affrontano da soli e non si affrontano alla leggera. Uniscono diritto penale degli stupefacenti, diritto penale dell’economia, normativa antiriciclaggio e cooperazione internazionale. Servono competenze diverse e, quando i beni o le operazioni sono fuori dall’Italia, il coordinamento con legali esteri. L’obiettivo, alla fine, è sempre duplice: difendere la persona e proteggere il patrimonio lecito, separando ciò che è tuo e pulito da ciò che l’accusa vorrebbe portarti via.

Domande che mi fanno più spesso

Che differenza c’è tra riciclaggio e autoriciclaggio? Il riciclaggio (art. 648-bis) riguarda chi ripulisce soldi che vengono dal reato di un altro. L’autoriciclaggio (art. 648-ter.1) riguarda chi ripulisce i proventi di un reato che ha commesso lui stesso. Cambiano pena, prova e difesa, quindi è la prima cosa da chiarire.

Quanto si rischia per autoriciclaggio? La pena base è la reclusione da due a otto anni, con una multa, ridotta se il reato a monte è meno grave. E può sommarsi a quella dei reati collegati, come il narcotraffico, che ha cornici molto alte.

Basta avere soldi “non spiegati” per essere condannati? No. Il sospetto non condanna. Servono la prova dell’origine illecita e quella della consapevolezza. Documentare la liceità dei fondi è uno dei terreni principali su cui si difende chi è accusato.

Possono sequestrarmi i beni? Sì, sequestri e confische sono frequenti in questi procedimenti, spesso fin dalle prime fasi. Si contestano però con strumenti precisi, distinguendo i beni davvero legati al reato da quelli di origine lecita.

Perché serve un penalista che conosca questa materia? Perché qui si intrecciano stupefacenti, riciclaggio, antiriciclaggio e profili internazionali. Una difesa esperta sa leggere le indagini patrimoniali, trovare i punti deboli della ricostruzione e proteggere il patrimonio che è lecito.