La telefonata, di solito, non arriva dalla persona arrestata. Arriva dal fratello, dalla moglie, da un socio. “Lo hanno fermato stamattina a Monaco, dice la polizia che c’è un mandato dall’Italia, e nessuno ci spiega cosa succede adesso.” Chi mi cerca in questi casi ha quasi sempre la stessa sensazione: che la macchina si sia già messa in moto e che loro siano arrivati in ritardo.

Non è così. Ma è vero che il tempo, in un caso che corre tra l’Italia e la Germania, conta più che altrove. Voglio spiegarti perché, e cosa si può davvero fare.

Perché un caso “tra due Paesi” non è un caso doppio

La prima cosa che dico a chi mi chiama è che non hai due problemi, ne hai uno solo, ma che si gioca su due tavoli contemporaneamente. Da un lato c’è l’autorità giudiziaria che ha aperto il procedimento o pronunciato la condanna; dall’altro c’è quella del Paese in cui ti trovi fisicamente, che deve decidere se consegnarti. Due lingue, due tribunali, due modi di intendere alcune garanzie.

Italia e Germania sono entrambe nell’Unione europea, e questo cambia tutto. Significa che cooperano sulla base di regole comuni, quindi la procedura è prevedibile. Ma significa anche che è rapida: i margini per reagire si misurano in giorni, non in mesi.

Ti faccio l’esempio che incontro più spesso. Vivi e lavori in Germania da anni, in Italia c’è un procedimento di cui magari sapevi poco o nulla. Un mattino la polizia tedesca ti ferma per eseguire un mandato d’arresto europeo emesso da un giudice italiano. Da quel momento partono dei termini precisi. Cosa fai, o non fai, nelle prime quarantotto ore può cambiare l’esito di tutto il resto.

Il mandato d’arresto europeo, in parole semplici

Tra Stati dell’Unione la vecchia estradizione, lenta e passata per i canali diplomatici, non esiste più. È stata sostituita dal mandato d’arresto europeo, nato con la decisione quadro 2002/584/GAI e recepito in Italia con la legge n. 69 del 2005, poi profondamente rivista dal decreto legislativo n. 10 del 2021 per allinearla alle regole europee. Il meccanismo è questo: un giudice di un Paese emette il mandato, l’autorità dell’altro arresta la persona e decide sulla consegna in tempi brevi.

La differenza con l’estradizione classica verso Paesi fuori dall’Unione è il principio su cui poggia: il reciproco riconoscimento delle decisioni. In pratica i due Stati si fidano l’uno dell’altro, quindi i controlli sono più snelli. È per questo che, lasciata a sé, la consegna è probabile. Probabile, però, non vuol dire automatica. E qui comincia il lavoro vero.

Dove la consegna si può fermare, o rallentare

La riforma del 2021 ha tolto al giudice italiano alcuni spazi che aveva prima, ad esempio non può più valutare la solidità degli indizi a tuo carico, che ormai compete solo all’autorità che emette il mandato. Ma i motivi per rifiutare o condizionare la consegna restano, e sono il terreno su cui si difende una persona.

Se sei cittadino o risiedi stabilmente nel Paese in cui sei stato fermato, in certi casi puoi chiedere di scontare lì la pena, restando vicino alla famiglia anziché essere trasferito. È un motivo facoltativo di rifiuto, e dopo la riforma richiede un radicamento reale nel territorio: non basta una residenza di facciata, va dimostrato. Se sei stato condannato senza essere presente al processo, puoi pretendere la garanzia di un nuovo giudizio o di un rimedio equivalente. E se nel Paese che ti richiede c’è un rischio concreto di finire in condizioni di detenzione contrarie ai diritti fondamentali, la consegna può essere rinviata o bloccata: su questo la Corte di giustizia dell’Unione, a partire dal noto caso Aranyosi e Căldăraru, ha stabilito che il giudice deve verificare il rischio in concreto, con dati oggettivi e aggiornati, e non fermarsi a un controllo di carta.

C’è poi una protezione che opera dopo: il principio di specialità. Una volta consegnato, di regola potrai essere processato soltanto per i fatti indicati nel mandato, non per altro che salti fuori strada facendo.

Ognuno di questi argomenti, però, ha una sua finestra. Un’eccezione sollevata tardi, o impostata male, semplicemente si perde. È la ragione per cui insisto tanto sulle prime ore.

I diritti che spesso nessuno ti spiega

Quando sei arrestato in Germania su mandato italiano, o viceversa, hai diritto a una difesa in entrambi i Paesi. La direttiva europea 2013/48/UE prevede proprio questo: un avvocato nel Paese che esegue il mandato e, accanto a lui, la possibilità di nominarne uno anche nel Paese che lo ha emesso, così che i due possano lavorare insieme. È quella che tecnicamente si chiama doppia difesa, ed è esattamente il cuore di un caso transfrontaliero ben gestito.

Hai inoltre diritto a essere informato dell’accusa in una lingua che capisci, all’assistenza di un interprete e alla traduzione degli atti che contano, e a impugnare la decisione sulla consegna. Quest’ultimo punto non è teorico: contro il provvedimento si può ricorrere in Cassazione entro cinque giorni, e il ricorso sospende la consegna.

Mi fermo un momento su traduzioni e notifiche, perché è lì che, nella mia esperienza, si annida il vizio più frequente. Un atto mai tradotto, una notifica andata a un indirizzo sbagliato, un termine non rispettato dall’autorità: dettagli che sembrano formali e che invece, fatti valere nel modo giusto, possono incidere sulla validità dell’intera procedura. Più di una volta una difesa è ripartita esattamente da qui.

Perché i due avvocati devono parlarsi dal primo giorno

Il valore aggiunto, in un caso italo-tedesco, non è avere un buon avvocato in un Paese. È averne due che lavorano sullo stesso disegno. Mentre uno segue ciò che accade dove sei stato fermato, l’arresto, l’udienza sulla consegna, le condizioni di detenzione, l’altro agisce sulla radice del problema nel Paese che ha emesso il mandato: contesta l’accusa, chiede la revoca o la sospensione del mandato, prova a ottenere misure meno pesanti.

È la differenza tra subire la procedura e governarla. Senza coordinamento capita di vincere una battaglia da una parte mentre dall’altra la situazione peggiora in silenzio. Con una strategia sola, invece, ogni mossa fatta in un sistema rafforza quella fatta nell’altro. È così che imposto questi casi, ed è la prima cosa che metto in piedi quando ricevo quella telefonata.

FAQ

Tra Italia e Germania si parla ancora di estradizione? No, per i rapporti dentro l’Unione si usa il mandato d’arresto europeo, molto più rapido. L’estradizione classica resta solo verso i Paesi fuori dall’UE.

Quanto tempo passa tra l’arresto e la consegna? La decisione va presa, di regola, entro sessanta giorni dall’arresto, prorogabili di trenta in casi eccezionali. Sono termini stretti: per questo la difesa va attivata subito.

Posso evitare di essere consegnato all’altro Paese? In certi casi sì. Esistono motivi di rifiuto e garanzie, residenza stabile, condizioni di detenzione, processo svolto in tua assenza, ma vanno fatti valere subito e nel modo corretto.

Se sono italiano e vivo in Germania, dove sconto la pena? Se il tuo radicamento nel Paese è reale e dimostrabile, in alcuni casi puoi chiedere di scontare lì la pena per restare vicino alla famiglia. Dipende dalla tua situazione concreta.

Ho davvero diritto a un avvocato in entrambi i Paesi? Sì. Hai un difensore nel Paese in cui sei arrestato e puoi nominarne uno anche in quello che ha emesso il mandato. È la doppia difesa, e in questi casi fa la differenza.

Le norme di riferimento. Decisione quadro 2002/584/GAI; legge 22 aprile 2005, n. 69 (come modificata dal d.lgs. 2 febbraio 2021, n. 10), in particolare sui termini di decisione e sul ricorso per cassazione; direttiva 2013/48/UE sul diritto al difensore e sulla doppia difesa nel mandato d’arresto europeo; giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea sulle condizioni di detenzione (caso Aranyosi e Căldăraru).