In breve. Tra Italia e Colombia esiste oggi un trattato di estradizione moderno, firmato a Roma il 16 dicembre 2016 e reso esecutivo in Italia con la legge 17 luglio 2020, n. 82. Per anni la cooperazione era passata soprattutto dalle convenzioni ONU sul narcotraffico e sul crimine organizzato; ora c’è una cornice bilaterale dedicata. In Colombia non esiste la pena di morte, abolita da oltre un secolo: l’ostacolo che blocca tante consegne verso altri Paesi, qui semplicemente non c’è.
Chi mi cerca per una vicenda colombiana, quasi sempre, mi chiama da lontano. A volte è la persona stessa, trattenuta in un Paese sudamericano in attesa di una decisione sulla consegna. Più spesso è un familiare, in Italia, che ha appena ricevuto la telefonata che nessuno vorrebbe ricevere: “L’hanno fermato, dicono che lo mandano in Colombia” — oppure il contrario, “la Colombia lo sta cercando, è qui da noi, cosa succede adesso?”.
La prima cosa che dico, sempre, è la stessa: niente decisioni a caldo e niente scorciatoie. L’estradizione non è un treno già partito. È una procedura con regole precise, e dentro quelle regole c’è uno spazio di difesa reale. Il problema, semmai, è che molte informazioni che girano in rete sono vecchie. E in questa materia un dato sbagliato — una data, un articolo, un trattato citato male — non è un dettaglio: è la differenza tra una difesa che tiene e una che crolla.
Il trattato che molti citano ancora sbagliato
Partiamo proprio da qui, perché è l’errore che incontro più spesso. Per molto tempo Italia e Colombia non hanno avuto un vero trattato bilaterale di estradizione pienamente operativo: la cooperazione viaggiava sulle grandi convenzioni multilaterali delle Nazioni Unite. Oggi non è più così. C’è un trattato di estradizione firmato a Roma il 16 dicembre 2016, che l’Italia ha ratificato con la legge 17 luglio 2020, n. 82 — la stessa legge che ha recepito anche il trattato di mutua assistenza giudiziaria e quello sul trasferimento delle persone condannate. La piena efficacia internazionale è arrivata più tardi, una volta completata anche la ratifica dal lato colombiano e lo scambio degli strumenti.
Se leggi in giro che il trattato sarebbe “del 2000, in vigore dal 2004”, quel testo è semplicemente datato. È il genere di imprecisione che, in un atto difensivo, ti fa perdere credibilità in due righe.
Cosa stabilisce il trattato, in concreto? Le cose che contano davvero quando si imposta la difesa: la doppia incriminazione — il fatto deve essere reato in entrambi i Paesi, con una soglia minima di pena —, il principio di specialità — chi viene consegnato può essere processato solo per i fatti per cui la consegna è stata concessa, non per altro —, il divieto di consegna per reati politici, e il regime di consegna dei cittadini, che è il punto dove Italia e Colombia ragionano in modo diverso.
La questione della cittadinanza
Qui c’è un’asimmetria che spesso decide l’esito. La Colombia, dopo la riforma costituzionale del 1997 (l’Acto Legislativo 1/1997, che ha modificato l’art. 35 della Costituzione del 1991), può estradare i propri cittadini per nati per reati commessi all’estero. Non è un automatismo, restano i limiti — i reati politici, la non retroattività rispetto alla riforma — ma la porta è aperta, e nella prassi si è aperta soprattutto per narcotraffico e criminalità organizzata.
L’Italia ragiona in modo più protettivo verso i propri cittadini. Per questo, quando è la Colombia a chiedere all’Italia la consegna di un italiano, la nazionalità è un argomento difensivo serio, da costruire bene; mentre un colombiano in Italia richiesto dalla Colombia si trova in una posizione diversa. Sapere da che lato si gioca la partita cambia tutto il resto.
La pena di morte: un ostacolo che qui non c’è
Una preoccupazione che sento spesso è la pena capitale. Per la Colombia posso rassicurare subito: non esiste. È stata abolita nel 1910 ed è oggi vietata dalla Costituzione. Dal lato italiano, l’art. 698 del codice di procedura penale vieta comunque la consegna verso Paesi dove il fatto è punito con la morte, salvo garanzie irrevocabili di commutazione. Con la Colombia, quel muro non si pone nemmeno. È un punto in meno da difendere, e in questa materia non è poco.
Come si svolge la procedura
Quando è l’Italia a chiedere a un colombiano (o a chi si trova in Colombia), la richiesta passa dai canali diplomatici, viene esaminata dalle autorità colombiane e arriva alla Corte Suprema de Justicia, che esprime il proprio parere; segue poi la decisione del governo, con possibili rimedi davanti alla giurisdizione amministrativa.
Quando invece è la Colombia a chiedere all’Italia, si entra nel binario italiano disciplinato dagli artt. 696 e seguenti del codice di procedura penale: la decisione passa dalla Corte d’Appello, con possibilità di ricorso in Cassazione, e si chiude con il decreto del Ministro della Giustizia, che ha l’ultima parola politica ma non può andare contro una decisione giudiziaria contraria. Quanto dura? Mediamente tra un anno e mezzo e tre anni, a seconda della complessità del caso e dei ricorsi. Ed è proprio quel tempo, ben usato, lo spazio della difesa.
Dove si gioca davvero la difesa
Nella mia esperienza, i procedimenti Italia-Colombia ruotano quasi sempre intorno a pochi nodi. Il primo è la doppia incriminazione: bisogna verificare, con il fatto alla mano, che la qualificazione contestata all’estero abbia un corrispettivo reale nella legge italiana — penso ai reati associativi del narcotraffico, dove la corrispondenza con l’art. 74 del DPR 309/90 non è mai da dare per scontata. Poi c’è la specialità, che fissa il perimetro di ciò per cui si verrà giudicati. La prescrizione, da controllare in entrambi gli ordinamenti. Il ne bis in idem, decisivo quando ci sono indagini parallele nei due Paesi. E infine le condizioni detentive: la situazione delle carceri colombiane è stata oggetto di pronunce della Corte interamericana dei diritti dell’uomo, e questo apre argomenti che la giurisprudenza italiana può valorizzare alla luce degli standard di tutela.
L’altra cosa che non smetto di ripetere è che questi casi si vincono in due lingue. Senza un counsel colombiano che lavora in coordinamento con la difesa italiana, metà del quadro resta fuori fuoco.
Mi è capitato di difendere un cittadino italiano fermato in un Paese sudamericano in una procedura di consegna per narcotraffico. Lavorando con un legale locale, ho costruito la difesa su più fronti: contestare la corrispondenza tra la qualificazione associativa straniera e l’art. 74 del DPR 309/90, far valere il principio di specialità, mettere in discussione le condizioni di detenzione. Quel lavoro ha permesso di rallentare e rimettere in discussione la consegna, aprendo lo spazio per una gestione più favorevole della posizione del mio assistito.
Ricordo anche un procedimento in cui un altro Stato sudamericano chiedeva all’Italia la consegna di un proprio cittadino presente da noi, per una vicenda finanziaria. Ho concentrato tutto sul requisito della doppia incriminazione, dimostrando che il reato contestato all’estero non aveva piena corrispondenza nella legge italiana. La Corte d’Appello ha negato la consegna proprio per il difetto di quel requisito.
FAQ
La Colombia consegna i propri cittadini? Sì, può farlo. Dopo la riforma dell’art. 35 della Costituzione, la Colombia può estradare i cittadini per nati per reati commessi all’estero, con i limiti previsti (restano fuori, ad esempio, i reati politici). Nella pratica accade soprattutto per narcotraffico e criminalità organizzata.
C’è il rischio della pena di morte? No. In Colombia la pena di morte è abolita da oltre un secolo. Quell’ostacolo, che blocca le consegne verso altri Paesi, qui non si pone.
Esiste un trattato aggiornato tra i due Paesi? Sì. Il trattato di estradizione è stato firmato a Roma il 16 dicembre 2016 e l’Italia lo ha reso esecutivo con la legge n. 82 del 2020. Diffida dei testi che parlano ancora di un trattato “del 2000”.
Quanto dura una procedura di estradizione con la Colombia? In media tra un anno e mezzo e tre anni, in funzione della complessità del caso e dei ricorsi. È un tempo in cui la difesa può lavorare molto.
Posso oppormi alla consegna se sono cittadino italiano? Quando è la Colombia a chiedere all’Italia un cittadino italiano, la nazionalità è un argomento difensivo concreto, perché l’Italia tutela in modo forte i propri cittadini. Va però costruito caso per caso, insieme a tutti gli altri profili.
Le norme di riferimento
Trattato di estradizione Italia-Colombia, Roma 16 dicembre 2016 (esecuzione: L. 17 luglio 2020, n. 82, che reca anche il trattato di mutua assistenza giudiziaria e quello sul trasferimento delle persone condannate); Convenzioni ONU di Vienna 1988 (stupefacenti), Palermo 2000 (criminalità organizzata transnazionale) e Merida 2003 (corruzione); artt. 696 e seguenti c.p.p. (procedura italiana, con il divieto legato alla pena di morte all’art. 698); art. 35 della Costituzione colombiana del 1991, come modificato dall’Acto Legislativo 1/1997; artt. 73, 74 e 80 del DPR 309/90 per i profili sul narcotraffico.
Per approfondire
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