In breve
C’è una notizia che, da penalista, mi ha fatto fermare a riflettere più di altre. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno sanzionato la Corte Penale Internazionale dell’Aja e, con un raggio sempre più largo, chi collabora con essa. Tra i nomi finiti sotto i riflettori è comparso quello di Amal Clooney, avvocata che aveva fornito un parere all’accusa dell’Aja sui mandati d’arresto verso i vertici israeliani. La domanda che il caso pone è semplice e scomoda: si può colpire un professionista per il contenuto del suo lavoro? Qui provo a raccontarla per quello che è, senza forzature, e a dire cosa insegna a chiunque operi nel diritto oltre confine.
Una notizia che riguarda il mio mestiere più di quanto sembri
Mi occupo di diritto penale e, da anni, di vicende che attraversano più ordinamenti: estradizioni, mandati d’arresto, persone esposte a procedimenti in Paesi diversi da quello in cui vivono. Quando ho letto che a un’avvocata si prospettava un divieto d’ingresso negli Stati Uniti per un parere giuridico che aveva reso, la cosa non mi è suonata come gossip internazionale. Mi è suonata come un campanello.
Perché il principio che c’è sotto - chi difende, chi consiglia, chi scrive un’opinione tecnica deve poterlo fare senza temere ritorsioni sulla propria persona - è lo stesso che tengo per fermo ogni volta che assisto qualcuno in una vicenda scomoda. Se quel principio vacilla per Amal Clooney, vacilla per tutti.
Cosa è successo, in concreto
Il 6 febbraio 2025 il Presidente degli Stati Uniti ha firmato l’ordine esecutivo n. 14203, intitolato “Imposing Sanctions on the International Criminal Court”. L’obiettivo dichiarato era reagire ai mandati d’arresto emessi dalla Corte dell’Aja - l’organo che giudica i crimini più gravi: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità - nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della difesa Yoav Gallant.
Le misure sono di due tipi, entrambe molto concrete: congelamento dei beni negli Stati Uniti e restrizioni o divieto d’ingresso per chi viene colpito. Il primo nome inserito, il 13 febbraio 2025, è stato quello del procuratore della Corte, Karim Khan. Da lì la lista si è allungata: nel corso del 2025 sono stati sanzionati anche più giudici della Corte, fino ad arrivare - tra prosecutor e giudici - a undici persone designate entro la fine dell’anno.
Il punto che rende l’ordine così invasivo è la sua ampiezza. Non colpisce soltanto i funzionari della Corte: la formulazione consente di raggiungere chiunque, in vario modo, “sostenga” o agevoli le attività ritenute ostili. È in questa zona grigia che entra in gioco il lavoro degli avvocati.
Il ruolo di Amal Clooney
Amal Clooney è un’avvocata specializzata in diritti umani e diritto internazionale. Nel caso che ci interessa ha fatto parte di un panel di esperti giuridici chiamato a valutare la fondatezza dei mandati d’arresto richiesti dall’accusa dell’Aja contro Netanyahu e Gallant.
Tradotto in termini che uso ogni giorno: ha reso un parere tecnico. Ha esercitato il mestiere di consulente legale. Non ha sparato un colpo, non ha preso una decisione politica, non ha firmato un provvedimento. Ha scritto, con altri esperti, un’opinione giuridica su una questione di diritto. È esattamente ciò che fa un avvocato.
Perché si parla di rischio sanzioni e divieto d’ingresso
Secondo quanto riportato da più testate, Amal Clooney sarebbe stata avvertita del rischio di finire sotto le misure statunitensi, con possibili conseguenze sulla sua capacità di entrare negli Stati Uniti, Paese in cui vive con la famiglia. L’avviso, riferiscono le fonti, sarebbe arrivato dallo stesso Foreign Office britannico ai legali coinvolti nel caso.
Qui pretendo cautela, perché è il mio mestiere. Allo stato delle notizie disponibili parliamo di un rischio segnalato e di indiscrezioni di stampa, non di una sanzione formalmente applicata al suo nome. Ma il punto che mi interessa resta in piedi a prescindere dal singolo nome: un’avvocata può trovarsi esposta a misure restrittive per il contenuto di un parere. Che sia un rischio o una misura già adottata, la logica è la stessa, ed è la logica che mi preoccupa.
Il vero nodo: si può colpire chi difende?
È qui che la cronaca diventa principio. Sanzionare chi collabora con un tribunale internazionale tocca un nervo scoperto: l’indipendenza dell’attività legale.
Negli ordinamenti che si dicono democratici, l’avvocato deve poter assistere chi rappresenta, o fornire un parere tecnico, senza temere ritorsioni personali per le posizioni che sostiene. È la condizione perché la difesa esista davvero. Quando le misure rischiano di estendersi a consulenti, esperti e legali, si profila quello che chiamiamo “effetto dissuasivo”: il professionista che, per non rischiare, rinuncia a occuparsi di un certo caso. E un caso che nessuno vuole più difendere è un caso già perso, in partenza, per chi avrebbe diritto a una difesa.
Non a caso, negli Stati Uniti queste misure sono già finite davanti a un giudice. Nel procedimento Smith v. Trump, davanti alla Corte distrettuale federale del Maine, il 18 luglio 2025 è stata concessa un’inibitoria provvisoria: il tribunale ha ritenuto probabile che le restrizioni sulla libertà di parola imposte dall’ordine violino il Primo Emendamento della Costituzione americana. Sul piano internazionale, all’inizio del 2026 anche un esperto delle Nazioni Unite ha chiesto il ritiro delle sanzioni e l’abrogazione dell’ordine. La vicenda, insomma, è tutt’altro che chiusa.
Cosa insegna a chi opera oltre confine
Lo dico a chi mi cerca perché vive, lavora o ha interessi tra più Paesi, e teme che una decisione presa altrove possa raggiungerlo. Questa storia non è materia da convegno: incide sulla libertà di movimento, sui beni, sulla reputazione di persone in carne e ossa.
Le misure restrittive - sanzioni, congelamento di beni, divieti d’ingresso - producono effetti pesantissimi anche fuori da un processo penale, senza una condanna, talvolta senza nemmeno un’accusa formale. Chi si muove tra più ordinamenti dovrebbe conoscere i regimi sanzionatori che lo riguardano prima di trovarsene dentro. E quando il colpo arriva, non si è disarmati: l’inserimento in una lista si può contestare, si possono chiedere chiarimenti, si può agire davanti ai giudici competenti, come dimostra proprio il caso del Maine. Spesso serve il coordinamento con legali di più Paesi, perché un solo ordinamento non basta a leggere l’intero quadro.
La lezione che porto a casa è quella che ripeto da sempre: il diritto internazionale non è un’astrazione per addetti ai lavori. È qualcosa che, un giorno, può bussare alla porta di chi non se lo aspetta. Meglio conoscerlo prima.
FAQ
Cosa sono le sanzioni USA contro la Corte Penale Internazionale? Sono misure introdotte con l’ordine esecutivo n. 14203 del 6 febbraio 2025: congelamento dei beni negli Stati Uniti e restrizioni d’ingresso per chi è colpito, dai funzionari della Corte fino a chi ne sostiene le attività.
Amal Clooney è stata davvero sanzionata? Allo stato, le fonti parlano di un rischio segnalato e di indiscrezioni di stampa su un possibile divieto d’ingresso, legato al suo parere reso all’accusa dell’Aja. Va trattato con cautela: rischio, non misura formalmente confermata sul suo nome.
Che ruolo ha avuto nel caso? Ha fatto parte di un panel di esperti che ha valutato la fondatezza dei mandati d’arresto richiesti contro i vertici israeliani. In sostanza, un’attività di consulenza legale.
Perché ne parli come penalista? Perché il principio è il mio: chi difende o consiglia deve poterlo fare senza ritorsioni personali. Colpire chi rende un parere scoraggia i professionisti dal prendere i casi scomodi, e questo indebolisce il diritto di difesa di tutti.
Queste misure si possono contestare? Sì. Negli Stati Uniti un tribunale federale ha già concesso un’inibitoria provvisoria nel caso Smith v. Trump, ritenendo probabile la violazione del Primo Emendamento. Più in generale, l’inserimento in liste sanzionatorie è contestabile con appositi strumenti legali.