In breve. Per la prima volta, uno Stato ha messo nelle stesse liste di terroristi e trafficanti gli avvocati e i giudici di un tribunale internazionale. È accaduto nel 2025: gli Stati Uniti hanno sanzionato il Procuratore della Corte Penale Internazionale e poi diversi suoi magistrati. Voglio guardare a questa vicenda da giurista, non da commentatore politico, perché tocca un nervo che ci riguarda tutti: un avvocato che fa il suo lavoro davanti a una corte può essere punito da un Paese terzo per averlo fatto?

Chi segue il mio lavoro sa che mi occupo di processo penale, non di geopolitica. Eppure questa storia continua a tornarmi in mente, perché parla di noi avvocati. Parla di cosa succede quando difendere o accusare davanti a un tribunale diventa, agli occhi di una potenza, una colpa.

Vale la pena ricostruirla con precisione, perché se ne è scritto molto e quasi sempre male.

Cosa è successo davvero

Gli Stati Uniti non hanno mai aderito allo Statuto di Roma del 17 luglio 1998, il trattato che ha istituito la Corte Penale Internazionale (entrato in vigore il 1° luglio 2002, oggi con 125 Stati parte, tra cui l’Italia). L’avevano firmato con Clinton, ma la firma fu ritirata sotto Bush. La posizione americana è sempre stata la stessa: nessun cittadino statunitense, e nessun alleato, deve poter finire davanti a quella Corte.

Il primo episodio di sanzioni risale al 2020. L’amministrazione Trump, con l’Executive Order 13928, colpì l’allora Procuratrice Fatou Bensouda e un suo collaboratore. Fu una mossa senza precedenti, ma ebbe vita breve: nel 2021 l’amministrazione Biden revocò quell’ordine e cancellò le designazioni.

La vera svolta è del 2025, e va raccontata bene perché è qui che il vecchio testo di questo articolo era ormai superato. Il 6 febbraio 2025 il Presidente Trump ha firmato un nuovo provvedimento, l’Executive Order 14203, in reazione ai mandati d’arresto emessi dalla Corte nei confronti del Primo Ministro israeliano Netanyahu e dell’ex Ministro della Difesa Gallant. Il 13 febbraio 2025 l’OFAC — l’ufficio del Tesoro americano che gestisce le sanzioni — ha inserito il Procuratore Karim Khan nella lista SDN, gli Specially Designated Nationals.

Poi le designazioni si sono allargate, e questo è il dato che mi colpisce di più: nel giugno 2025 sono stati sanzionati quattro giudici della Corte; ad agosto due vicepro­curatori e altri due giudici; a dicembre 2025 altri due magistrati ancora. Una decina di persone — giudici e pubblici ministeri di un tribunale internazionale — finite in liste pensate per terroristi, signori della guerra e narcotrafficanti.

Quando dico che questa vicenda riguarda tutti gli avvocati, intendo proprio questo.

Perché un penalista se ne deve occupare

Lo Statuto di Roma garantisce, all’articolo 67, il diritto di difesa dell’imputato davanti alla Corte. È un principio che do per scontato in un’aula di tribunale italiana, e che invece qui mostra tutta la sua fragilità sul piano internazionale.

Provo a spiegarlo con la lente del mio mestiere. Se un avvocato che difende o un magistrato che accusa davanti a una corte può essere colpito nei suoi beni, nei suoi conti, nella sua libertà di movimento da uno Stato terzo che non gradisce quel processo, allora il diritto di difesa e l’indipendenza della giurisdizione diventano parole vuote. Chi accetterà ancora di seguire un caso scomodo, sapendo che potrebbe ritrovarsi i conti bloccati e l’ingresso negato in mezzo mondo?

Gli effetti pratici di una designazione SDN sono pesanti. Vengono congelati i beni che la persona ha negli Stati Uniti o che si trovino sotto il controllo di soggetti statunitensi ovunque nel mondo; sono vietate le transazioni con cittadini e società americane; è precluso l’ingresso negli USA. Non è una nota di biasimo diplomatica: è uno strumento finanziario che morde davvero, e che per la sua natura extraterritoriale finisce per spaventare anche le banche europee, che spesso preferiscono allinearsi alle decisioni di Washington pur di non perdere l’accesso al mercato americano.

È qui che la questione smette di essere astratta. L’immunità funzionale di chi opera per un’organizzazione internazionale è un principio consolidato; che essa copra anche i difensori è invece terreno più discusso, di dottrina e di prassi. Ma il punto, per me, non è tanto la tecnicalità: è che un sistema di giustizia internazionale non può funzionare se chi vi lavora rischia di essere punito da uno Stato per il solo fatto di averlo fatto.

E le contromisure? Meno di quanto si crede

Si legge spesso che l’Europa potrebbe “difendere” i propri avvocati e giudici con il cosiddetto blocking statute, il Regolamento (CE) n. 2271/96. È uno strumento nato proprio per neutralizzare l’applicazione extraterritoriale di leggi straniere: in sostanza permette agli operatori europei di non dare effetto a certe sanzioni di Paesi terzi. È stato usato, in passato, contro le misure americane verso Cuba e l’Iran.

Qui devo però essere onesto, perché su questo punto ho letto molte semplificazioni. A oggi quel regolamento non copre le sanzioni contro la Corte Penale Internazionale: l’allegato del blocking statute elenca ancora soltanto i provvedimenti statunitensi su Cuba e Iran, e l’Executive Order 14203 non vi è stato aggiunto, nonostante diverse organizzazioni lo abbiano chiesto. Finché quell’allegato resta com’è, lo scudo europeo, per i casi che riguardano la CPI, semplicemente non scatta. È una protezione potenziale, non attuale.

Restano le vie giudiziarie interne agli Stati Uniti — ricorsi davanti ai giudici federali fondati sul Primo Emendamento e sulle garanzie di due process — e la pressione diplomatica degli Stati parte dello Statuto, l’Italia compresa. Ma sono strumenti lenti e dall’esito incerto.

Cosa significa per un avvocato italiano

Mi capita di seguire procedimenti con risvolti internazionali, e la domanda che mi sento porre è sempre la stessa: «Io rischio qualcosa?». La risposta onesta è che il rischio diretto è remoto, ma esiste una zona di prudenza da presidiare.

Le sanzioni americane non si applicano di per sé in Italia. Producono però effetti indiretti molto concreti, soprattutto sul fronte bancario: un istituto con interessi negli Stati Uniti può rifiutare un pagamento o congelare un’operazione per ragioni di compliance, anche quando la legge italiana non glielo imporrebbe affatto. Per questo, quando un mandato ha contatti con soggetti potenzialmente designati, la prudenza impone di verificare le controparti, di curare con attenzione i flussi finanziari transnazionali e di documentare con rigore l’attività svolta.

In Italia, peraltro, il rapporto con la Corte poggia su basi solide: la ratifica dello Statuto di Roma è avvenuta con la legge 12 luglio 1999, n. 232, e l’adeguamento sostanziale del nostro ordinamento è stato completato — sia pure con anni di ritardo — dalla legge 20 dicembre 2012, n. 237. Un avvocato italiano, se iscritto alla lista dei difensori della Corte e in possesso dei requisiti richiesti, può a pieno titolo assistere imputati a L’Aja.

La mia opinione, da avvocato

Le tensioni fra giurisdizione internazionale e sovranità degli Stati sono fra le questioni più delicate del diritto contemporaneo, e non pretendo di scioglierle in un articolo. Ma una cosa la dico senza esitazioni: il giorno in cui sanzionare un giudice o un difensore diventa uno strumento ordinario di politica estera, tutti noi che indossiamo una toga abbiamo un problema. Non per simpatia verso questo o quel processo, ma perché un sistema di giustizia che si può intimidire non è più un sistema di giustizia.

FAQ

Le sanzioni USA si applicano direttamente in Italia? No. Producono però effetti indiretti, perché molte banche internazionali tendono ad allinearsi all’OFAC per non perdere l’accesso al mercato americano.

Il “blocking statute” europeo mi protegge? Per i casi legati alla Corte Penale Internazionale, oggi no: il Regolamento 2271/96 non include ancora l’Executive Order del 2025 nel suo allegato. Resta uno scudo solo potenziale.

Un avvocato italiano può difendere imputati davanti alla CPI? Sì, se iscritto alla lista dei difensori della Corte e in possesso dei requisiti di esperienza e qualifica richiesti.

Cosa succede ai conti di un avvocato sanzionato? I rapporti negli Stati Uniti, o presso banche soggette al controllo americano, vengono congelati. I conti europei non sono colpiti per legge, ma una banca può comunque applicare le sanzioni per ragioni di compliance.

Quanto durano queste sanzioni? Dipendono da scelte politiche: l’Executive Order del 2020 fu revocato in un anno, quello del 2025 è stato invece ampliato più volte nel corso dell’anno.

Per approfondire — il mio commento

L’indipendenza dei tribunali internazionali è una questione che riguarda l’intera comunità giuridica, non solo chi lavora a L’Aja. Continuo a seguirne gli sviluppi e a commentarli. Iscriviti alla mia newsletter mensile per gli aggiornamenti.

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