In breve. Per anni Dubai è stata raccontata come il rifugio perfetto per chi voleva sfuggire alla giustizia italiana. Quella narrazione oggi è in larga parte superata. Dal trattato di estradizione firmato con gli Emirati nel 2015 — ratificato dall’Italia nel 2018 ed entrato in vigore nel 2019 — le autorità emiratine collaborano con l’Italia, anche se con tempi e intensità diversi a seconda del reato. Restano due punti fermi: gli Emirati non consegnano i propri cittadini, e la pressione vera, per chi vive là sotto un mandato, spesso non è la consegna ma l’isolamento finanziario e di movimento che si stringe intorno.
Chi mi cerca per una storia di “Dubai” di solito non mi chiama da Dubai. Mi chiama un familiare, da Milano o da Roma, la voce bassa, perché la persona che gli sta a cuore “si è sistemata negli Emirati” da un paio d’anni e adesso ha saputo che in Italia c’è un procedimento aperto, forse un mandato. La prima domanda che mi pongo non è “lo estradano o no”. È un’altra: che cosa, esattamente, pende sulla sua testa, e da quale Paese può ancora muoversi senza farsi prendere.
Parlo qui a te che sei in questa situazione, o che la temi: hai un’accusa in Italia e ti sei convinto che il Golfo sia una zona franca. Voglio spiegarti perché quella convinzione, nel 2026, è pericolosa.
Perché Dubai è diventata un mito
Il mito ha radici concrete, non era solo leggenda. Fino alla metà degli anni Dieci gli Emirati non avevano alcun trattato bilaterale di estradizione con l’Italia: senza una cornice, ogni richiesta dipendeva dalla cortesia internazionale e dalle convenzioni multilaterali. Si aggiungeva un sistema bancario poco trasparente e un mercato immobiliare aperto agli stranieri con controlli leggeri. A Dubai si comprava, si apriva una società, ci si rendeva poco visibili. E c’era una comunità italiana abbastanza numerosa da assorbire chi arrivava.
Già allora, però, la lettura era parziale. Per certi reati — terrorismo, corruzione internazionale, riciclaggio — la cooperazione poteva attivarsi comunque, perché coperta da convenzioni a cui gli Emirati avevano aderito. Il “paradiso” non è mai stato totale. Era selettivo. Ed è proprio quella selettività che oggi conta.
Cosa è cambiato davvero: il trattato del 2015
Il punto di svolta è il trattato di estradizione tra Italia ed Emirati Arabi Uniti, firmato ad Abu Dhabi il 16 settembre 2015. Attenzione alla data, perché è qui che molti articoli in rete sbagliano: la firma è del 2015, ma il trattato è diventato giuridicamente operativo solo dopo la ratifica italiana, arrivata con la legge 11 ottobre 2018, n. 125 (in vigore dal 31 ottobre 2018). La ratifica, però, non basta da sola: il trattato è entrato effettivamente in vigore il 17 aprile 2019, trenta giorni dopo lo scambio degli strumenti di ratifica tra i due Stati. Insieme al trattato di estradizione, la stessa legge ha ratificato anche il trattato di mutua assistenza giudiziaria penale: il secondo binario, quello su cui viaggiano sequestri, acquisizione di prove e congelamento di beni.
Da quel momento esiste una cornice formale. La consegna è subordinata alla doppia incriminazione — il fatto deve essere reato in entrambi i Paesi — e sono esclusi i reati politici e militari. Sul fronte più delicato, quello della pena capitale, il protocollo interpretativo è netto: gli Emirati non concedono l’estradizione verso situazioni in cui possa applicarsi la pena di morte, e specularmente la consegna verso l’Italia non incontra ostacoli di questo tipo. E resta il limite di sempre dei sistemi di civil law: gli Emirati possono rifiutare di consegnare i propri cittadini.
Da quando il trattato è operativo il flusso di richieste italiane è cresciuto in modo costante. Ma — e qui sta il cuore della questione per chi mi ascolta — la collaborazione è reale e selettiva insieme. È rapida e convinta quando si parla di terrorismo, riciclaggio, narcotraffico, criminalità organizzata. È più lenta, più negoziabile, quando l’accusa riguarda reati tributari “puri” o ipotesi di bancarotta. Non è una garanzia: è un margine. E un margine si lavora.
Il canale Interpol, prima del trattato
Nella pratica, molti italiani agli Emirati non vengono fermati su una richiesta diretta di estradizione, ma su una red notice Interpol. Funziona così: la segnalazione gira tra le polizie del mondo, l’autorità locale identifica la persona e procede a un fermo provvisorio, in attesa che lo Stato che ha emesso il mandato trasmetta la richiesta formale e la documentazione. Se quella documentazione non arriva nei termini, la persona viene rilasciata.
Su questo doppio binario imposto la difesa. Da un lato si lavora sul titolo italiano — il mandato, la condanna — magari con la rescissione del giudicato prevista dall’art. 629-bis c.p.p. quando l’assenza al processo è stata dichiarata in modo viziato; istituto, va detto, riscritto dalla riforma Cartabia (d.lgs. 150/2022), con regole transitorie che decidono caso per caso quale versione si applichi. Dall’altro lato si agisce direttamente sulla segnalazione, davanti alla Commissione per il controllo dei file dell’Interpol (la CCF, a Lione), chiedendone la cancellazione. Sono due fronti che, lavorati insieme, si rafforzano.
La gabbia che resta, anche senza consegna
Voglio essere chiaro su una cosa, perché è il punto che più spesso viene sottovalutato. Anche se l’estradizione viene rifiutata o si arena, chi vive a Dubai con un procedimento alle spalle non è al sicuro. È solo bloccato.
Il trattato di mutua assistenza apre la strada a sequestri e congelamenti di beni che possono colpire il patrimonio senza che la persona venga consegnata. Nel frattempo, in Italia, il processo può svolgersi in assenza — con le regole ridisegnate sempre dalla riforma Cartabia — e arrivare a una condanna definitiva. C’è poi la perdita di mobilità: una red notice attiva rende un azzardo ogni transito verso Schengen, Stati Uniti, Regno Unito, Singapore, Hong Kong. E c’è la dimensione bancaria, forse la più sottile: le watchlist di compliance usate dalle banche di mezzo mondo recepiscono le segnalazioni, e i conti cominciano a chiudersi.
Si aggiunga che gli Emirati, dal 2022 al 2024, sono passati per la “lista grigia” del GAFI — l’organismo internazionale antiriciclaggio — e ne sono usciti rafforzando i propri controlli. Tradotto: la stagione della disinvoltura finanziaria è finita anche là. Nella mia esperienza, il dolore più acuto per chi è a Dubai in queste condizioni non è la consegna. È la gabbia geografica e finanziaria che gli si chiude intorno, lentamente.
Due storie
Mi è capitato di seguire un imprenditore italiano che si era stabilito in un emirato del Golfo, ricercato per reati fallimentari, e per il quale era già stata avviata la procedura di consegna. Ho costruito la difesa su più livelli: il difetto di doppia incriminazione su alcuni capi d’accusa, la prescrizione di altri secondo la legge italiana, e in parallelo l’impugnazione della red notice davanti alla CCF. La convergenza di questi argomenti ha portato a uno stallo della richiesta, e quello stallo ha aperto lo spazio per negoziare in Italia una soluzione sul versante patrimoniale. Non una fuga: un’uscita governata.
In un altro caso, un mio assistito, cittadino italiano, era stato fermato in un Paese del Golfo su una red notice per una vicenda fiscale. Davanti alla Commissione ho contestato il difetto di motivazione della segnalazione, che non dava conto in modo adeguato dei presupposti richiesti. La CCF ha rimosso la red notice e il mio assistito è stato rilasciato nel giro di poche settimane, riconquistando la libertà di movimento. Sono storie diverse, ma con la stessa morale: il margine esiste, ma va trovato presto e lavorato con metodo.
Le domande che mi fanno
Dubai è ancora un “paradiso” per i latitanti italiani nel 2026? No, non come negli anni Duemila. Il trattato del 2015 reso operativo nel 2019, l’uscita dalla lista grigia GAFI nel 2024 e la pressione globale sulla compliance hanno cambiato il quadro. Resta una giurisdizione che coopera, ma in modo selettivo.
Un cittadino emiratino può essere estradato in Italia? No. Il trattato consente agli Emirati di rifiutare la consegna dei propri cittadini. Per chi ha acquisito la cittadinanza emiratina la questione si fa più tecnica e va valutata caso per caso.
Cosa succede se mi fermano su una red notice? La polizia procede al fermo provvisorio e l’autorità locale contatta l’Italia per la richiesta formale. Se la documentazione non arriva nei termini previsti, si viene rilasciati. È una finestra: va usata, non sprecata.
Posso contestare una red notice mentre sono nel Golfo? Sì. La CCF di Lione accoglie istanze da qualsiasi parte del mondo, in parallelo al fermo locale. È spesso la mossa più efficace.
Comprare immobili a Dubai mi protegge dall’estradizione? No. La proprietà immobiliare è irrilevante ai fini estradizionali. Anzi, è un asset che può essere aggredito.
Per approfondire
Il “paradiso Dubai” degli anni Duemila è una narrazione che il diritto e la compliance dell’ultimo decennio hanno smontato. Se vuoi seguire come si muove davvero la cooperazione penale internazionale, iscriviti alla mia newsletter mensile di diritto penale internazionale.
Le norme di riferimento. Trattato di estradizione Italia-Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi 16 settembre 2015, e trattato di mutua assistenza giudiziaria penale, entrambi ratificati con legge 11 ottobre 2018, n. 125. Estradizione: artt. 697 e seguenti c.p.p. (libro XI). Rescissione del giudicato: art. 629-bis c.p.p. (riformato dal d.lgs. 150/2022). Quadro multilaterale: Convenzione ONU sul crimine organizzato transnazionale (Palermo, 2000) e Convenzione ONU contro la corruzione (Merida, 2003), di cui gli Emirati sono parte. Segnalazioni Interpol e ruolo della Commissione per il controllo dei file (CCF).